Sala III. Età romana

LA ROMANIZZAZIONE

Le prime notizie storiche concernenti Frusino, tramandateci da Tito Livio e da Diodoro Siculo, si riferiscono agli ultimi anni del IV sec. a.C.: nel 303 i Frusinati vengono decurtati di un terzo del loro territorio poiché fu scoperto che tre anni prima avevano sobillato gli Ernici alla rivolta contro Roma; i capi della cospirazione, dopo che i consoli per volere del Senato avevano condotto un'inchiesta, vennero fustigati e decapitati.
Sono questi gli anni che vedono la definitiva affermazione politica di Roma non solo su Frusino ma, in generale, su tutto il Lazio interno: le varie comunità già stanziate sul territorio laziale che, per circa due secoli e con alterne vicende, ne avevano contrastato la spinta espansionistica, vengono in questo periodo definitivamente sconfitte e incorporate.
Le testimonianze archeologiche riferibili al periodo che segna la trasformazione di Frusino da insediamento volsco a centro romano indicano la presenza di una committenza agiata che utilizza manufatti di lusso importati da altri centri, come nel caso dei due specchi in bronzo di probabile produzione prenestina e prodotti raffinati, di gusto ellenizzante, quali le suppellettili ceramiche per la cosmesi (lekythos) o per il simposio (kylix, cratere).
Una committenza agiata, forse appartenente al ceto più elevato della comunità frusinate, in opposizione all'avanzata romana fino agli ultimi anni del IV sec. a.C. e dunque integrata nello Stato romano, anche a livello culturale e linguistico, solo nel corso del secolo successivo, come indiziato dal segno graffito sulla kylix: si tratta forse di una lettera, estranea all'alfabeto latino e riferibile, in via ipotetica, all'alfabeto volsco.



L'ASSETTO URBANO

La città romana era circondata da mura almeno dalla fine del III sec. a.C., come si ricava da Tito Livio che le menziona per l'anno 202, ed era attraversata dalla via Latina, la fondamentale arteria di collegamento interno tra il Lazio e la Campania: il geografo greco Strabone, nel passo che descrive l'itinerario della strada fino ai confini meridionali del Lazio, ricorda Frusino, costeggiata dal fiume Cosa, dopo Ferentinum, dalla quale distava 7 miglia.
La posizione dominante e la valenza strategica della città, in relazione al fondovalle percorso dal fiume Cosa e ai principali assi di percorrenza del territorio laziale interno, traspare anche da altre fonti: Frusino è infatti menzionata a proposito del passaggio di Annibale in marcia su Roma nel corso della seconda guerra punica (218-202 a.C.), sia da Tito Livio che da Silio Italico, il quale ne sottolinea la posizione arroccata e il carattere bellicoso.
Il circuito difensivo in opera quadrata, di cui rimangono tracce presso l'incrocio tra corso della Repubblica e via G. Amendola, doveva seguire un percorso aderente al profilo della sommità dell'altura sulla quale si situava il centro urbano, la cui estensione doveva essere analoga a quella del nucleo storico della città, documentato dai catasti gregoriani e dalle vedute del Settecento e dell'Ottocento conservate al British Museum.
Il punto più alto del centro urbano, compreso tra le attuali piazze della Prefettura e di S. Maria, doveva corrispondere all'acropoli, mentre presso l'odierna piazza Garibaldi, uno dei pochi spazi storicamente mantenuti liberi, può essere in via ipotetica localizzato l'antico foro, la piazza principale della città dove si svolgevano le più importanti attività pubbliche.



L'EDILIZIA PUBBLICA E PRIVATA

In zona suburbana, nella fascia di medio pendio attraversata dalla via Latina e da un asse stradale in direzione est, corrispondente all'odierna via V. Ferrarelli, dovette svilupparsi fin da epoca tardo-repubblicana, un quartiere residenziale: i numerosi ritrovamenti archeologici, oggetto di scavi già nell'Ottocento, indicano la presenza di unità abitative private (domus), articolate in ambienti con pavimenti in cocciopesto e a mosaico e provviste di pozzi, canalette e cisterne per la captazione dell'acqua per le necessità domestiche.
Ad una delle domus di via Ferrarelli doveva appartenere la vera (puteal) rinvenuta negli anni Cinquanta, in terracotta e riccamente decorata: come nel caso nei numerosi esemplari simili trovati negli atri e nei peristili delle case di Pompei, la vera di Frosinone doveva essere collocata all'imboccatura di un pozzo, con funzione protettiva e, al tempo stesso, di abbellimento architettonico.
Altre attività edilizie private sono testimoniate in area extraurbana dalla tomba in località S. Angelo, nota dal 1927: il monumento doveva appartenere ad una famiglia di ceto abbiente che scelse per il proprio sepolcro un modello frequente nelle necropoli urbane e ostiensi. Resti di intonaco dipinto sulle pareti interne del monumento funerario ne indicano la trasformazione, in epoca medievale, in luogo di culto.
La vitalità di Frusino per l'epoca imperiale è dimostrata dai consistenti interventi edilizi che, secondo i canoni architettonici sperimentati a Roma nel periodo dei Flavi e di Traiano, dotano la città e il comprensorio dell'anfiteatro e delle terme.



L’ANFITEATRO

L'esistenza a Frosinone dell'edificio destinato ai munera (lotte tra gladiatori) e alle venationes (combattimenti con fiere), ubicato a valle del centro urbano e verosimilmente costeggiato dalla via Latina, era stata ipotizzata già nell'Ottocento sulla base di documenti medievali che menzionavano l'amphitheatrum Frusinonis.
Verso la metà degli anni Sessanta estesi e profondi sbancamenti finalizzati alla realizzazione di un complesso edilizio privato nel sito occupato dall'anfiteatro, fino ad allora libero da costruzioni e solo in parte obliterato dal passaggio di viale Roma, misero in luce i resti dell'edificio romano.
La porzione del monumento rimasta in vista, gravemente alterata dagli interventi moderni, consiste in una serie di strutture in opera cementizia, dalla tipica forma ellittica, pertinenti alla sostruzione della cavea, la parte dell'anfiteatro destinata agli spettatori, forse costituita da un unico ordine di gradinate.
Alle estremità dell'asse maggiore dell'edificio, che doveva avere una capienza di circa 2000 spettatori, si aprivano gli ingressi principali all'arena, lo spazio centrale in cui si svolgevano i giochi e gli spettacoli.
Un breve tratto di elevato con paramento in opera mista (reticolato alternato a filari di laterizi), visibile in prossimità di uno dei due ingressi all'arena, indica che l'anfiteatro di Frosinone venne realizzato tra la fine del I e gli inizi del II sec. d.C.



LE TERME

Scavi eseguiti negli anni 2000 e 2007 per la realizzazione di parcheggi annessi a proprietà private limitrofe alla Villa Comunale (ex Casale de Matthaeis), hanno messo in luce un impianto termale, l'edificio che i Romani amavano frequentare nel tempo libero per l'igiene e la cura del corpo e come luogo di incontro e socializzazione.
Le terme di Frosinone dovevano occupare una superficie di oltre 1500 mq ed erano accessibili attraverso una rampa basolata perfettamente conservata, rinvenuta nel 2000: la rampa, in forte pendenza, doveva collegare il complesso edilizio alla via Latina, il cui percorso è con ogni probabilità ricalcato in questo punto dall'attuale via M.T. Cicerone (già via Casilina Sud).
Un'altra ampia porzione dell'impianto termale, scavata nel 2007, consisteva in una serie di dodici ambienti identificati con il settore del complesso edilizio che, come di consueto nell'architettura termale romana, era articolato in frigidarium, tepidarium e calidarium.
Gli ambienti conservavano in parte gli elevati delle murature in opera laterizia, i pavimenti a mosaico e le componenti tipiche dei sistemi romani di riscaldamento e di adduzione e deflusso dell'acqua.
La realizzazione delle terme di Frosinone, impiantate su resti di strutture di epoca repubblicana, è stata riferita alla seconda metà del III sec. d.C., in particolare sulla base del ritrovamento di monete di Diocleziano (284-305), mentre il periodo del loro abbandono è stato collocato tra il V e il VI sec. d.C.



I DOCUMENTI EPIGRAFICI

All'esiguo numero di documenti epigrafici restituiti da Frusino, quasi tutti dispersi, si è aggiunto nel 1989 un cippo di epoca tardo-repubblicana, fino al 2007 conservato in località Mola Nuova, nel punto in cui la via Latina doveva superare il Cosa passando sul ponte di impianto romano, in gran parte ricostruito nel 1774 a seguito di una piena del fiume.
L'importante documento epigrafico riguarda verosimilmente un'opera di pubblica utilità riferibile alla via Latina e realizzata con il bottino di guerra ([de] ma[nub]eis) di un personaggio insignito del titolo di imperator, il cui nome è stato intenzionalmente scalpellato.
La damnatio memoriae subita dal personaggio con la cancellazione del nome ha suggerito l'ipotesi che possa trattarsi di C. Mario, il famoso personaggio nativo di Cereatae (Casamari), imperator nel 104, a seguito della vittoria in Mauritania e nel 101 a.C., dopo aver sconfitto Cimbri e Teutoni.
Degli altri documenti epigrafici di Frusino, tutti di epoca imperiale, si conserva attualmente il frammento di un'iscrizione nota fin dal XV secolo, già ritenuta dispersa e riscoperta nel 1995 sul retro dello stemma collocato sul portale del Palazzo Napoli-Marzi in via XX Settembre. Lo stemma riutilizza la porzione sinistra dell'iscrizione, in marmo e a carattere funerario.
L'iscrizione ricorda, oltre ad un liberto, una serie di personaggi appartenenti alla famiglia dei Magnei, di cui il primo contraddistinto dalla carica di duovir, magistratura tipica delle colonie.
La condizione di colonia per Frusino in età imperiale è attestata anche da un'altra iscrizione, oggi dispersa, che menziona un Numerius Clodius Proculinus, decurione coloniae frusinatium.



LE SCULTURE

Di Frosinone romana sono pervenute diverse opere scultoree riferibili ad epoca repubblicana e imperiale.
L'unica con funzione architettonica è un blocco di calcare con decorazione a bassorilievo raffigurante una protome bovina con taeniae, nastri che cingevano la testa dell'animale destinato al sacrificio. Il blocco doveva svolgere la funzione di concio in chiave di una struttura ad arco: le grandi dimensioni rendono non inverosimile l'ipotesi che costituisse la chiave di una delle porte urbane.
Carattere onorario dovevano avere due sculture in marmo rinvenute negli anni Sessanta presso piazza Garibaldi: la testa di un fanciullo con capigliatura modellata con forte senso plastico e tratti del volto idealizzati e la statua di un personaggio con corazza militare da parata (lorica), databile al I sec. d.C. La mancanza della testa non consente l'identificazione del loricato; doveva trattarsi, comunque, di un imperatore o di un generale, personaggi ai quali era riservato questo genere di iconografia.
Alle due sculture di piazza Garibaldi è stata di recente associata una statua femminile panneggiata, proveniente da Frosinone, confluita nella collezione Odelscalchi di Roma e nel 1899 acquistata da un collezionista tedesco (ora a Detroit, Institute of Art): per la statua è stata proposta l'identificazione con Livia, moglie di Augusto, divinizzata dopo la sua morte dal nipote Claudio nel 41 d.C.
Altre due sculture in marmo, rinvenute a Frosinone nei primi del Novecento, sono state acquisite al patrimonio museale nel 2010 (donazione Famiglia Avv. Valle): si tratta di due teste femminili, di cui una con pettinatura e caratteri stilistici di derivazione ellenistica (probabile ritratto di Berenice II, 330 a.C. circa o postumo) e l'altra, conservata in parte, riferibile alla prima età imperiale